Maggie è una ragazza ormai trentunenne che, non avendo più niente da perdere, si mette in testa di diventare una campionessa di boxe.
Sceglie come allenatore Frankie, proprietario di una palestra per pugili nei sobborghi di Los Angeles, anch’egli sulla via del declino.
Per entrambi si tratta della loro ultima chance.
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“Winners are simply willing to do what losers won’t.” Chi vince è disposto a fare ciò che i perdenti non fanno.
La vita è una dura lotta per Maggie (Hilary Swank), una ragazza cresciuta in una roulotte con una madre indifferente e un fratello in carcere, che non ha mai avuto niente e non ha mai desiderato niente. Eccetto una cosa: diventare una campionessa di boxe, forse per semplice voglia di riscatto, forse per conquistare l’affetto della famiglia o forse ancora per diventare qualcuno.
Million Dollar Baby avrebbe dovuto essere un piccolo film, con un piccolo budget e nomi poco noti. Invece, passato nelle mani di Clint Eastwood, si è trasformato in una storia che racchiude grandi valori, grandi emozioni e grandi interpretazioni.
Una “piccola” protagonista, Maggie, una ragazza che vive tra i dimenticati, tra coloro che non sanno nemmeno che cosa significhi la parola “sogno” perché quotidianamente annientati da una realtà laida, si allena fino allo stremo per ottenere un posto al sole, cinque minuti di celebrità per sentirsi finalmente qualcuno, una persona vera e completa.
Un uomo, Frankie (Clint Eastwood), con una vita alle spalle, fatta di tante occasioni perdute e mai sapute cogliere, prima fra tutte quella di diventare un padre affettuoso e amorevole.
Due anime che si incontrano, due sogni che si infrangono perché ogni essere umano è talmente piccolo e impotente di fronte alle ferree leggi di un sistema che non lascia scampo a chi non è nato avvantaggiato e la forza morale e il diritto di scelta di ogni individuo non sono sufficienti a ribaltare un destino già definito.
Come nel precedente Mystic River, il grande pessimista Clint ribadisce ancora quanto a volte il mondo sia ingiusto, senza però la retorica di chi vuole fare la morale, ma semplicemente raccontando piccoli drammi di gente comune che si scontra con qualcosa di tanto grande da non poter essere sconfitto.
Privilegiando il sottinteso, il non detto ed evitando il superfluo per far parlare direttamente le storie, i personaggi, i luoghi, con uno stile di regia minimalista riesce a fare in modo che le tragedie umane più dolorose vengano a galla con il solo potere della narrazione.
Soltanto i grandi del passato lo sapevano fare e Clint si dimostra ancora una volta all’altezza con questa pellicola che, fino ad ora, merita il titolo di “film più bello dell’anno”, interpretato dal miglior cast di questa stagione cinematografica.
Candidato a sette premi oscar.
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