Il titolo originale del film è Comme une image. L’“immagine” immediatamente fa pensare al “doppio” e alla sua accezione peggiore, quella di “falso”. E proprio sul tema dell’essere-apparire gioca la premiata coppia Jaoui-Bacri, tornata al cinema dopo il successo ottenuto con l’ottimo Il gusto degli altri. Tutta la vicenda ruota attorno alla protagonista Lolita (Marilou Berry, figlia dell’attrice-regista Josiane Balasko): la ragazza, che non ha l’aspetto di una top-model, viene avvicinata solo ed esclusivamente da persone che sperano di far carriera sfruttando il padre, famosissimo scrittore. Si aggiunge a questa schiera di parassiti l’insegnante di canto, che vede in lei un valido aiuto per il marito, un romanziere frustrato; ma, una volta ottenuto il successo, iniziano ad affiorare i risvolti negativi, primo fra tutti perdere la propria identità. A questo punto della storia comincia ad essere chiaro l’assunto che il film si propone di dimostrare: per mantenere il successo acquisito dal marito grazie al suo interessamento, l’insegnante Sylvia dovrebbe sempre dire e fare quello che le viene imposto dall’alto, da chi ha il potere di far salire alle stelle o rigettare le persone nel fango. Di conseguenza dovrebbe cominciare a vivere nell’ipocrisia, nella menzogna, vivere in conclusione una “doppia vita”. In una situazione di falsità si trova anche Lolita, che deve combattere contro un padre che è indifferente alle sue richieste di affetto ma che vuole disporre comunque della vita della figlia. E il colmo è che sembra non accorgersi di lei proprio perché non corrisponde ai canoni di bellezza condivisi da una società che vive soltanto sull’apparenza. Come nella pellicola precedente, una sceneggiatura quasi perfetta (premiata meritatamente a Cannes) prevede la trattazione di un argomento intorno al quale vengono declinate le vicende dei personaggi, in questo caso dover scendere a compromessi con se stessi per salire la scala del successo. Una commedia dolce-amara ricca di parecchi spunti taglienti, che risente però di essere costruita su dialoghi dal tono eccessivamente letterario. Se questo è l’unico difetto, occorre al contrario sottolineare l’ottima impostazione dei personaggi, caratterizzati da un fine approfondimento psicologico: si tratta di una sorta di girotondo in cui ognuno mette alla prova la propria identità, a volte perdendola, come il marito di Sylvia, a volte ritrovandola, come Lolita e Sylvia stessa.
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