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Recensione a
cura di Federica Triglia |
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| Le chiavi di casa |
| Titolo originale: |
Le chiavi di casa |
| Durata: |
110 minuti |
| Genere: |
Drammatico |
| Regia di: |
Gianni Amelio |
| Sceneggiatura: |
Stefano Rulli e Sandro Petragllia |
| Con: |
Kim Rossi Stuart, Andrea Rossi, Charlotte Rampling, Pierfrancesco Favino |
| Paese: |
Italia, Francia, Germania |
| Anno: |
2004 |
| Fotografia: |
Luca Bigazzi |
| Scenografia: |
Simona Paggi |
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Paolo (Andrea Rossi) è un bambino disabile rifiutato alla nascita; Gianni (Kim Rossi Stuart) è un genitore che non ha avuto il coraggio di prendersi cura del figlio. Dopo quindici anni passati lontano l’uno dall’altro, il padre, spinto forse dal rimorso e dal senso di colpa, decide di accompagnare Paolo a Berlino per una terapia riabilitativa. Lentamente il viaggio si trasforma in una nuova occasione che la vita offre ai due per tentare di riallacciare il legame naturale brutalmente reciso parecchi anni prima. Ispirato al libro Nati due volte, di Giuseppe Pontiggia, che racconta la realtà quotidiana vissuta dall’autore con un figlio affetto da problemi fisici e psichici, la narrazione del film si concentra nell’arco di pochi giorni, prediligendo una dimensione temporale breve però sufficiente a far nascere e crescere la conoscenza tra due persone completamente estranee.
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Gianni Amelio ci conduce ancora una volta nel delicato mondo dei rapporti “bambini-adulti”, universo tematico ormai diventato quasi un leitmotiv della filmografia del regista italiano. In una storia dolorosa ma raccontata a tratti con un lieve sorriso di partecipazione, un padre ragazzino impara a conoscere il figlio handicappato, un essere umano da un certo punto di vista problematico, ma al contempo generoso nei sentimenti tanto che aiuta il genitore a crescere, a maturare negli affetti e soprattutto ad accettare la diversità. Il film segue il percorso formativo di Gianni, documentando la nascita e la crescita di un nuovo vincolo familiare padre-figlio all’interno di una città straniera, fredda e algida, in cui per la prima volta entrambi sono accomunati dalle stesse difficoltà di comprensione e di interazione con l’ambiente esterno. Con un inaspettato occhio clinico, che rinuncia quindi a facili sentimentalismi, il regista isola i protagonisti dal resto del mondo per poter cogliere al meglio ogni minimo mutamento, ogni minimo scambio comunicativo tra i due. L’unica figura con cui rapportarsi è una madre (Charlotte Rampling) che, al contrario di Gianni, ha affrontato la realtà e si è presa cura senza esitazioni e con tutta se stessa di una figlia handicappata. Non stupisce perciò che la storia termini in Norvegia, in un paesaggio naturale ricco di ampi spazi, che permettono sia alle emozioni sia ai sentimenti più reconditi di dischiudersi e di venire finalmente a galla.
Il grande merito di Amelio consiste nell’aver reso una storia altamente drammatica con sincerità, senza cercare di commuovere forzatamente fino alle lacrime, ma rubando a personaggi costruiti sulla base di una sceneggiatura rigorosa le naturali emozioni che si sviluppano all’interno di una dinamica padre-figlio, spesso girando con la camera a mano e focalizzando l’attenzione sui volti dei due protagonisti. Forse l’unica pecca che si può ascrivere a questo film è di utilizzare una storia già sfruttata dal cinema per trattare la tematica della diversità, basti pensare ad un noto titolo, Rainman (1988), film in cui due fratelli, di cui uno autistico, imparano a conoscersi durante un viaggio da Cincinnati a Los Angeles. Un accostamento solo a livello di vicenda poiché Le chiavi di casa non ha nulla della ruffianeria hollywoodiana di quel film ma sa restituirci una storia difficile e complessa con uno sguardo onesto e leale.
In concorso alla 61a Mostra del Cinema di Venezia, il film non ha ottenuto alcun riconoscimento. Sicuramente, la giuria ha dovuto tenere conto del fatto che Amelio ha già vinto sei anni fa con Così ridevano, storia di un complicato rapporto tra due fratelli nell’Italia degli anni Cinquanta.
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