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| La
Recensione a
cura di Federica Triglia |
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| Mare dentro |
| Titolo originale: |
Mar adentro |
| Durata: |
125 minuti |
| Genere: |
Drammatico |
| Regia di: |
Alejandro Amenàbar |
| Sceneggiatura: |
Mateo Gil Alejandro Amenàbar |
| Con: |
Javier Bardem, Belèn Rueda, Lola Dueñas, Mabel Rivera |
| Paese: |
Spagna |
| Anno: |
2004 |
| Fotografia: |
Javier Aguirresarobe |
| Montaggio: |
Ivan Aledo |
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Ramòn Sampedro è un giovane marinaio giramondo; a causa di un tuffo in mare, la sua vita “finisce”. Rimasto paralizzato dal collo in giù, Ramòn conduce per trent’anni una battaglia per ottenere il diritto di morire. Ma non potendo riuscire da solo, cerca uno stratagemma “legale” per non coinvolgere le persone che lo aiuteranno nel momento del trapasso. Ispirato ad una storia vera, che ha commosso e diviso l’opinione pubblica spagnola negli anni novanta.
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Il film di Amenàbar può essere riassunto dalla frase pronunciata dal protagonista, “vivere è un diritto, non un obbligo”. La storia non è altro infatti che la dimostrazione di questa tesi: a Ramòn la vita ha riservato un triste destino, rimanere inchiodato ad un letto, costretto dalle circostanze a vivere in un piccolo microcosmo di provincia, dal quale il suo spirito, schiacciato e compresso, riesce a fuggire soltanto attraverso voli dell’immaginazione che lo riportano verso quel mare che tanto ha amato ma che è stato tanto ostile con lui. Essere esclusi dal mondo, non poter farne parte giustifica totalmente la scelta estrema di Ramòn, togliersi la vita, gesto che gli restituirà la dignità di essere umano e la piena libertà di poter decidere per se stesso e di se stesso. Una vicenda quindi ricca di spunti di riflessione, che invita continuamente a meditare; se il film ha un difetto, è proprio questo, e cioè il fatto che il regista sembra ricordarci ad ogni inquadratura, ad ogni sequenza che l’individuo è per diritto libero di scegliere la propria sorte, il proprio destino.
Costruito tutto intorno al personaggio di Ramòn, il film va avanti grazie alla misurata interpretazione di un Bardèm che non cade mai nel patetico; calibrando e dosando le emozioni, senza essere aiutato dalla sua dirompente fisicità, riesce a trasmettere a pieno il mondo interiore di un uomo che avrebbe ancora molto da dare ma che non può farlo perché chiuso in un corpo morto. Perfino le numerose donne che ruotano intorno al protagonista fungono da specchio, da cassa di risonanza del suo stato d’animo, in quanto rappresentano in sostanza quell’universo di emozioni e di sentimenti che Ramòn ha vissuto prima dell’incidente e che avrebbe potuto vivere se la sua esistenza non fosse drasticamente cambiata: l’amore coniugale, l’amore tradito e l’amore vero. E così la cognata lo cura con la stessa dedizione che avrebbe per il marito, l’avvocatessa che lo assiste nella battaglia legale per il diritto a morire si innamora ma si tira indietro giunta al momento decisivo, e infine Rosa, una compaesana che all’inizio cerca di fargli cambiare idea ma poi, resasi conto di amarlo veramente, capisce che l’unico modo per dimostrarglielo è di assecondarlo nella sua scelta. Perché come dice Ramòn, “Solo chi mi ama davvero mi aiuterà a morire”.
Non meraviglia che Javier Bardèm sia stato premiato con la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Con questa interpretazione si candida sicuramente all’Oscar del prossimo anno come migliore attore protagonista. Con buone probabilità di vittoria.
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