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Recensione a
cura di Federica Triglia |
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| Storia di Marie e Julien |
| Titolo originale: |
Histoire de Marie et Julien |
| Durata: |
150 minuti |
| Genere: |
Drammatico |
| Regia di: |
Jacques Rivette |
| Sceneggiatura: |
Pascal Bonitzer Christine Laurent Jacques Rivette |
| Con: |
Emmanuelle Béart, Jerzy Radziwilowicz, Anne Brochet, Bettina Kee |
| Paese: |
Francia |
| Anno: |
2004 |
| Fotografia: |
William Lubtchansky |
| Montaggio: |
Nicole Lubtchansky |
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Julien, uomo solitario che trascorre le ore chiuso nella sua fatiscente dimora riparando orologi, intreccia una relazione con una donna misteriosa, Marie. Al contempo, Julien ricatta una certa Madame X con documenti di lavoro piuttosto compromettenti di cui è entrato in possesso. Alla fine si scopre che le due donne sono in realtà legate da un fatto di sangue successo mesi prima, dal quale però riusciranno entrambe, seguendo strade diverse, a prendere le distanze.
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L’ultimo film di Jacques Rivette, uno dei maestri della Nouvelle Vague, sembra basarsi sull’assunto che l’amore supera ogni ostacolo, perfino la morte (Marie, suicidatasi per amore, ritorna a vivere perché si innamora di nuovo). In realtà, si giunge a questa conclusione soltanto nell’ultima scena, poiché la trama e i personaggi risultano di un’inconsistenza che quasi sfiora il ridicolo. Fin dall’inizio i protagonisti (Julien e Marie) sono spinti senza alcuna motivazione in un gioco amoroso fatto di appuntamenti e di rinvii che non conduce a nulla, che non spiega la ragione per cui i due sono attratti l’uno dall’altro; il racconto della loro relazione quotidiana procede poi sulla base di azioni e dialoghi totalmente inconcludenti e non legati tra loro, che lasciano lo spettatore spaesato e confuso proprio in quanto privi di un filo logico che indichi qual è il tema centrale, il messaggio che si vuole trasmettere. Invece di fornire informazioni utili allo svolgimento della vicenda, il film avanza quindi per ellissi narrative: molti passaggi non vengono spiegati (in particolar modo l’intreccio tra la storia di Julien e Marie con la fantomatica Madame X, chi è in realtà Marie e perché incontra svariate volte la sorella morta di Madame X, perché Julien ricatta quest’ultima), quasi si volesse avvolgere il film di un’aura di mistero, di non detto, che ricorda molto da vicino Il sesto senso (di M. Night Shyamalan, 1999). Forse risiede nella ricerca di commistione di generi cinematografici l’errore fondamentale di Rivette, nel voler mescolare a una vicenda principale che comincia come una travagliata relazione d’amore un subplot, una storia secondaria che ha a che fare con persone defunte tragicamente, che ritornano dall’aldilà o per trovare finalmente una morte tranquilla (la sorella di Madame X) o per rinascere a nuova vita (Marie).
Ci si domanda se qualcuno abbia letto con attenzione la sceneggiatura prima di produrre questo film. E se gli interpreti abbiano realizzato a cosa andavano incontro. Nel caso della Béart, si può supporre che l’attrice transalpina non abbia perso l’occasione di rispogliarsi di fronte ad un mostro sacro del cinema (cosa già successa ma con esiti migliori ne La bella scontrosa, 1991). |
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