Le premesse perché The Village diventasse il thriller metafisico dell’anno c’erano tutte: una comunità idilliaca minacciata da presenze oscure e malefiche, una storia d’amore d’altri tempi, un finale a sorpresa, oltre a un cast di prim’ordine. Purtroppo durante tutto il primo tempo questi elementi, che rappresentano il cardine della sceneggiatura, non sono ben amalgamati, tanto che la trama risulta dispersiva e difficilmente fruibile da parte dello spettatore. All’inizio infatti viene posto il problema della convivenza con le creature del bosco, che sembrano irritate da una violazione del patto di non sconfinamento; successivamente la vicenda si sposta sulla relazione tra i tre giovani protagonisti e sull’amore che nasce tra due di loro; infine un episodio imprevisto turba il pacifico svolgimento delle attività quotidiane. Tre linee narrative quindi che non si intersecano ma rimangono isolate le une dalle altre creando una forte sensazione di smarrimento. Nel secondo tempo invece il film migliora notevolmente in quanto la narrazione fonde le tre parti in un’unica storia ed è a questo punto che finalmente emerge in maniera nitida e chiara il tema centrale. E’ l’amore, secondo il regista, che guida la comunità e che dovrebbe guidare il mondo intero, un amore che viene declinato in tutte le sue accezioni: come sentimento ossessivo che si trasforma in gelosia (il folle del villaggio che accoltella il giovane protagonista), come sentimento di protezione nei confronti degli affetti più cari (gli anziani del villaggio nei confronti dei giovani) e l’amore vero, quello che spinge la giovane protagonista cieca ad infrangere il patto e ad attraversare il bosco per salvare la vita al suo promesso sposo. Se le intenzioni di Shyamalan fossero state evidenti, se il regista non avesse cercato di nasconderle dietro la dimensione soprannaturale della pellicola ma le avesse intrecciate logicamente a questa, il film ne avrebbe sicuramente tratto vantaggio e sarebbe stato godibile fin dall’inizio. Soprattutto sarebbe stata palese la polemica nei confronti del governo americano, cosa che si manifesta soltanto nel risvolto finale in cui si intuisce il proposito vero di Shyamalan, l’attacco alla politica estera americana degli ultimi quattro anni. Da segnalare l’ottima interpretazione di Bryce Dallas Howard, figlia del Richie Cunningham della popolarissima serie televisiva Happy Days.
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