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Recensione a
cura di Federica Triglia |
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| Good Night, And Good Luck |
| Titolo originale: |
Good Night, And Good Luck |
| Durata: |
90 minuti |
| Genere: |
Drammatico |
| Regia di: |
George Clooney |
| Sceneggiatura: |
George Clooney e Grant Heslov |
| Con: |
David Strathairn, George Clooney, Robert Downey Jr., Jeff Daniels |
| Paese: |
Stati Uniti |
| Anno: |
2005 |
| Fotografia: |
Robert Elswit |
| Montaggio: |
Stephen Mirrione
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Anni Cinquanta. Gli Stati Uniti stanno attraversando uno dei periodi più cupi della loro storia: la guerra fredda e la “caccia alle streghe” del senatore Joseph McCarthy minano i più essenziali diritti civili della popolazione intera, la libertà di pensiero e di parola. Un giornalista della rete televisiva CBS news, Edward R. Murrow, si impegna a porre fine a questa vergognosa manovra politica.
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Rigore morale ed obiettività. Questi sono i valori a cui si ispira il giornalista Edward R. Murrow nello svolgimento quotidiano del proprio lavoro; questi sono anche i principi su cui si basa Good Night, And Good Luck. La sceneggiatura di Clooney ed Heslov (giustamente premiata a Venezia) è un resoconto imparziale dell’attività di una redazione giornalistica televisiva, uno script che restituisce fedelmente i fatti, grazie anche alla straordinaria intuizione dell’inserimento di filmati d’epoca, che non esprime giudizi e non approfondisce le psicologie dei personaggi. Come accadeva con lo spettatore televisivo di See it now, così succede con il pubblico in sala: lo sguardo in camera, Murrow lascia trarre a noi le dovute conclusioni, che convergono inevitabilmente in un’unica, possibile direzione. Oggi come allora il terrore, la paura su cui speculano e campano i politici sono la tomba di ogni libertà. Esempio di un cinema (e di un giornalismo) di impegno civile che non esiste più, la pellicola non vuole quindi essere una mera cronaca di quel periodo: immerso in un fulgido bianco e nero che ci riporta indietro nel tempo, a quei film degli anni Cinquanta che, nonostante il maccartismo, riuscivano a scuotere le coscienze appellandosi ai principi dell’America liberale (uno su tutti Asso nella manica del geniale Billy Wilder), rifugge dalla retorica dell’eroe all american style imponendosi di rinunciare ai filtri della drammaturgia tradizionale per rivolgersi direttamente a noi. Una cronistoria di grande potenza etica che si fa monito per il presente: i resoconti di Murrow, pur essendo recepiti da noi oggi, conservano la stessa efficacia e la stessa forza morale di un tempo. Occorre perciò tributare grande merito a Clooney che ha dimostrato molto coraggio nello scrivere, produrre e dirigere questo film; proprio come Murrow, ha messo in gioco se stesso e la sua carriera pur di farci aprire gli occhi sulla connivenza dei media con la politica. Oggi un passo del genere conta quanto un film artisticamente ben riuscito, perché l’impegno civile e la coerenza artistica sono una cosa molto rara, non soltanto nel mondo dello spettacolo. Staremo a vedere come sarà accolto negli Stati Uniti; la sceneggiatura e il bravissimo David Strathairn (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile) meritano certamente una candidatura agli Oscar.
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