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La Recensione a cura di Federica Triglia
La seconda notte di nozze
Titolo originale: La seconda notte di nozze
Durata: 111 minuti
Genere: Commedia
Regia di: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Con: Antonio Albanese, Neri Marcorè, Katia Ricciarelli
Paese: Italia
Anno: 2005
Fotografia: Pasquale Rachini
Montaggio: Amedeo Salfa

Liliana e il figlio Nino si ritrovano alla fine della Seconda Guerra Mondiale senza casa e senza un soldo. In un momento di disperazione la donna scrive al cognato che vive in Puglia, raccontando la miseria in cui vive con il figlio. Giordano, che è sempre stato innamorato di lei, li invita entrambi a raggiungerlo.

Ancora un film che scava nella memoria per non dimenticare il passato. Una memoria storica che si lega inesorabilmente anche alla rinascita del cinema nell’immediato dopoguerra (come non pensare alle difficoltà che la Settima Arte ha affrontato in quel periodo di fronte a tutti i sotterfugi che Nino si inventa pur di far parte di quel mondo). Protagonisti de La seconda notte di nozze sono una vedova ancora piacente che vive per il figlio imbroglione e un infermo di mente che di mestiere fa lo “sminatore”, “tanto se salta lui non è una grande perdita”, come dice Giordano nel film; il tutto sullo sfondo di un’Italia che deve risorgere dalle proprie ceneri, distrutta nel corpo e nello spirito. E’ esemplare l’inizio della storia in cui Liliana e Nino devono arrangiarsi come possono per sopravvivere in una grande città come Bologna che non ha più nulla da offrire, se non le tracce dei recenti bombardamenti. L’unica soluzione è fuggire, tornare in campagna, intraprendendo una sorta di viaggio migratorio al contrario, da Nord a Sud, in quella terra che, pur traboccante di mine, ha ancora se stessa da dare. E’ inevitabile quindi che due anime candide come Giordano e Liliana finiscano per incontrarsi in un luogo che sembra senza tempo, lontano dall’orrore del mondo; anche il figlio troverà le risorse per realizzare il proprio sogno, ricorrendo a mezzi poco leciti. Pupi Avati riesce a tirar fuori dagli attori una rara complessità espressiva, sorprendente in una storia tanto lineare, una storia che si risolve in maniera leggermente schematica in un inno all’innocenza primordiale del Sud: Albanese è perfetto nel ruolo del malato mentale che ragiona con il cuore, Marcorè ricorda Sordi quando faceva il truffatore megalomane, ma senza l’eccessiva caratterizzazione dell’attore romano, mentre la Ricciarelli si rivela un’ottima scelta nel ruolo della candida spaesata, travolta dalla Storia e inerte di fronte agli eventi. Straordinarie le due zie di Giordano, interpretate da Marisa Merlini e Angela Luce, alle quali sono affidati i commenti sarcastici e più spassosi della pellicola. Unica pecca il finale, che sembra irrisolto, sospeso, come in attesa di un evento che scateni la crisi, che rompa tutti i rapporti consolidatisi lungo la trama. Anche a causa di una dedica conclusiva poco chiara, il cui significato si presta ad una miriade di interpretazioni, forse troppe.

 
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