XII secolo. Baliano, maniscalco di un piccolo feudo in Francia, riceve la visita del barone Goffredo di Ibelin: l’uomo gli rivela di essere suo padre e gli propone di seguirlo in Terra Santa. Baliano, che ha recentemente perso la famiglia, decide di partire sperando di poter espiare sia le proprie colpe che quelle della moglie, morta suicida.
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Negli anni ottanta Ridley Scott cercava di mettere in guardia contro le deviazioni della tecnologia attraverso il genere fantascientifico (Blade Runner e Alien); all’alba del ventunesimo secolo, si affida invece al genere storico per avvertirci che la guerra genera soltanto mostri (vedi anche Black Hawk Down). Come ne Il gladiatore, ci troviamo di fronte ad un eroe solitario che combatte per affermare i propri ideali; come il generale Massimo, anche Baliano, rimasto solo al mondo, decide di percorrere una strada nella quale sente di non aver nulla da perdere ma tutto da guadagnare. Le analogie sono eccessive? In effetti la visione di questo film porta a domandarsi se non si tratti della riproposta del medesimo copione, questa volta ambientato durante il periodo delle Crociate. Ciò che si avverte invece come fondamentalmente diverso è il tema centrale del film: mentre ne Il gladiatore si assisteva alla lotta di un singolo contro i soprusi, le avidità di un potente, in questo caso si vuole sottolineare come la Storia debba essere magistra vitae, una sorta di monito imperituro nel ricordarci l’inutilità delle guerre. L’unica soluzione è guardare al futuro e cercare una convivenza pacifica tra i popoli. Un messaggio che Scott porta avanti ricorrendo alle sue doti di solido regista di genere: magniloquenti sequenze di battaglia, una fotografia ricercatissima, al limite quasi della maniera, il richiamo al sano valore della famiglia e un tono epico che rimanda ai grandi colossal del passato. Tutto questo per dire che Le crociate risulta nonostante tutto godibile, se lo si considera un film d’avventura con un’appassionante storia d’amore; forse pecca in fase di sceneggiatura, dove, secondo la mentalità puritana americana, il bene e il male sono nettamente distinti. I buoni quindi sono tutti allineati da una parte (Baliano, la regina Sibilla, il re Baldovino, Tiberias, perfino i musulmani) mentre i cattivi sono relegati sulla sponda opposta (Guido di Lusignano, i cavalieri templari, il vescovo di Gerusalemme, quest’ultimo più vigliacco che cattivo). Piuttosto incolore la prova di Legolas-Orlando Bloom, mentre si segnala sempre di più Eva Green, la dreamer di Bernardo Bertolucci.
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