Sabina Guzzanti ha scelto il metodo dell’inchiesta di stampo giornalistico/televisivo per portare alla ribalta il caso che l’ha vista protagonista due anni fa: il suo programma di satira politica, RAIot, venne chiuso dopo la prima puntata in quanto ritenuto lesivo e menzognero riguardo alla rappresentazione data del primo ministro Silvio Berlusconi. Ci fu una querela accompagnata da una richiesta di risarcimento astronomica (venti milioni di euro), la Guzzanti venne assolta (il giudice decretò che si trattava di satira e non di cattiva e parziale informazione) ma il programma non tornò in onda. La nota comica televisiva si aggira oggi per le strade di Roma e, come uno degli inviati de Le Iene, ferma i vari politici, sia di destra che di sinistra, chiedendo spiegazioni, esigendo risposte. A tutto ciò la Guzzanti alterna spezzoni di programmi stranieri, inglesi e francesi, in cui i comici prendono di mira la classe al potere e sono liberi di attribuire a quest’ultima qualsiasi tipo di nefandezza (esemplare il caso di una trasmissione francese in cui due killer alla Pulp Fiction giustiziano il presidente Jacques Chirac per non aver mantenuto le promesse fatte in sede di campagna elettorale, cosa impensabile in Italia!). Dopo aver visto di quanta libertà godano all’estero i mezzi di informazione, fa venire i brividi assistere al pianto di un giornalista di una certa età alla notizia che l’ultima voce libera, non di “regime” veniva destituita dal primo ministro; è umiliante sapere che secondo un rapporto ufficiale siamo al 77o posto per quanto concerne la libertà di informazione, quasi ai livelli di una vera e propria dittatura, ma fa ancora più male vedere che la classe politica tutta potrebbe benissimo essere accusata di connivenza perché nessuno, nemmeno coloro che si proclamano i difensori per antonomasia della libertà muovono un dito per sbloccare la situazione. E’ quindi sacrosanto che qualcuno abbia fatto in modo che tutti ne potessero venire a conoscenza; ciò che lascia perplessi è il metodo. Come accade nei suoi film precedenti (Bimba e Donna Selvaggia), anche questa inchiesta soffre di manie di protagonismo, di una voglia mal celata di ricondurre ogni discorso a se stessa; in questo caso la Guzzanti avrebbe potuto mettere in evidenza meglio il contesto socio-politico che l’ha messa al bando, semplicemente per non generare equivoci, perché alla fine cioè non si pensi che sia la televisione l’origine di ogni male. La questione è molto più vasta e complessa ma avere fatto questo primo, piccolo passo in avanti è già un’ottima premessa.
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