Irene, una manager al vertice della carriera, incontra una ragazzina misteriosa che la trascina in un mondo totalmente “diverso”. La donna intraprende così un viaggio a ritroso nel suo passato, scoprendo sentimenti, emozioni ed esistenze che ha ignorato per anni.
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Ogni individuo racchiude in sé due cuori: se segue il “cuore sacro”, avrà una vita affettivamente e spiritualmente ricca. Irene, modello della donna manager tutta lavoro e niente sentimenti, vive secondo una tradizione famigliare fatta di ricchezza e beni materiali, che le ha trasmesso il padre e che la cinica zia si ostina a portare avanti a tutti i costi. Ritornare nella casa d’infanzia, nella stanza dove la madre è stata rinchiusa per anni perché ritenuta pazza, le dischiude un nuovo universo in cui la forza del passato le cambierà la vita. Si può dire che il film di Ozpetek è costruito intorno all’opposizione tra queste due linee: quella “maschile”, dettata dal padre, tutta cinismo e rifiuto dei sentimenti, e quella “femminile”, derivante dalla madre che Irene non ha mai conosciuto, ricca di emozioni, aperta al lato spirituale delle cose. Alla prima appartiene la vita “normale” di Irene, fatta di speculazioni, corruzione e sfruttamento; alla seconda appartiene quel mondo seminascosto, quasi invisibile a chi si rifiuta di vedere, costituito dagli “sgusciati”, dai poveri, dalle persone che quotidianamente soffrono. La scoperta di questa seconda alternativa è come un’illuminazione per la donna: non le resta che abbracciare il passato. L’idea alla base della pellicola presenta parecchi spunti innovativi (il portare alla luce una realtà scomoda, di cui nessuno vuole ammettere l’esistenza, la rivalutazione del “femminino” inteso come sacralità della vita) ma Ozpetek purtroppo non riesce a conferire unità e solidità alla storia perchè fa rimbalzare la protagonista da una dimensione all’altra in maniera alquanto pretestuosa (utilizzando ad esempio un personaggio piuttosto debole, la ragazzina che alla fine si rivela la chiave di tutto l’arcano). Inoltre la scelta di soffermarsi in continuazione sui volti dei personaggi non lo aiuta a delineare, a definire chiaramente il contesto, conferendo così un’aura di aleatorio, di indefinito, che, invece di evidenziare il lato spirituale della vicenda, denuncia una certa ossessione “etico-estetica”, come se volesse scoprire il bello dell’anima attraverso l’esteriorità. Un’impresa ardua ed anche ambiziosa, in cui soltanto i classici dell’antichità e del rinascimento erano maestri (si pensi alla rievocazione della Pietà michelangiolesca). Peccato perché la storia è davvero bella.
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