Los Angeles. Una città in cui si incontrano e si scontrano le vite di persone comuni, tutte spinte e mosse dalla rabbia, dall’odio, dai pregiudizi. Ci sono un procuratore distrettuale in carriera, un detective ambizioso, una moglie che si sente tradita dal marito, un poliziotto razzista, due criminali di colore, un immigrato pieno d’odio...
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Uscito in Italia a settembre e riproposto nelle sale poichè quest’anno ha ottenuto a sorpresa l’Oscar come Miglior Film, Crash – Contatto fisico vale sicuramente più per quel che dice che per come lo dice. In effetti, a ben guardare, mostra un’eccessiva derivazione da svariate pellicole che in passato hanno affrontato lo stesso argomento, come America Oggi di Altman, Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher, Sei gradi di separazione di Fred Schepisi ad esempio, per riuscire ad emergere in totale autonomia. Paul Haggis è un ottimo sceneggiatore e senza dubbio non era sua intenzione copiare quei film, ma, avendoli certamente visti, li ha inconsciamente fatti suoi in maniera così simbiotica da non riuscire a distaccarsene in fase di scrittura. Dal punto di vista della regia e soprattutto di coerenza tra tema centrale e linguaggio cinematografico Good Night and Good Luck e I segreti di Brokeback Mountain (entrambi candidati nella categoria Miglior Film) sono forse superiori, in quanto non mirano a ricercare le emozioni dello spettatore così spudoratamente da sfiorare quasi il patetico, ma piuttosto portano avanti una storia cercando di valorizzarla al massimo attraverso un uso appropriato di tutti gli “artifici” messi a disposizione dalla Settima Arte. Ciononostante, Crash risulta, alla fine, un film molto importante, perché è lo specchio sincero, e al contempo una sorta di dolorosa richiesta d’aiuto, di una società occidentale alla deriva, che si nutre di incomprensioni e muri d’odio, razzista e piena di pregiudizi, totalmente asfittica negli affetti. Addirittura, lo si potrebbe considerare come una summa degli altri due, come il punto di arrivo di una corrente liberal che sta attraversando negli ultimi tempi il cinema americano, una corrente che si propone di restituire valore all’individuo visto come portatore di libertà e democrazia, di rispetto e di tolleranza, di pace universale. Di fronte ad un messaggio del genere, dunque, l’Academy non si è lasciata sfuggire l’occasione di premiare Crash, e, forse, non ha avuto torto: in prospettiva, il valore assoluto di film simili non ha confini, nè di spazio, nè di tempo. Ottimo tutto il cast, soprattutto Sandra Bullock, finalmente scelta per un ruolo diverso da quello della classica fidanzatina d’America.
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