Cinema e politica. Questi sono i due argomenti indissolubilmente legati intorno ai quali ruota l’ultima, attesissima opera di Nanni Moretti. Un film che parla di oggi e di ieri, di come siamo diventati e di come eravamo, ma soprattutto di come era il cinema (basti pensare ad una frase del film in cui si citano le pellicole di impegno politico che venivano prodotte nei mitici anni Settanta). Per Moretti, gli italiani, classe dirigente ed intellettuali inclusi, non sono altro che un popolo ignavo, da quasi trent’anni totalmente dipendente dalla televisione, da un tipo di televisione becera e qualunquista che riempie le menti con il calcio e con quiz stracolmi di pseudo-ballerine discinte, che alimentano il falso mito dei “soldi che fannola felicità” (significativa la battuta di Berlusconi rivolta al pubblico di una trasmissione sul fatto di aver “occupato” per primo la mattinata delle casalinghe). Un atto di accusa contro un uomo, ma anche contro il popolo italiano tutto, che ha venduto, e vende tutt’ora, la propria anima per un non ben definito miraggio, credendo di diventare chissà quale superpotenza mondiale, trasformatosi invece in un’ “Italietta a metà tra orrore e folklore”, come dice il distributore polacco del film su Berlusconi. Così facendo, ha rinunciato a fare “politica”, nel senso etimologico del termine, ad interessarsi cioè della “polis”, in poche parole, dello stato e, quindi, di se stesso: ha perso, in conclusione, quel grande senso civico che ha caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino all’avvento di Berlusconi. Ciò è inevitabilmente accaduto anche nel cinema, che, mancando sul finire degli anni Settanta uno stimolo a raccontare e a raccontarsi, sia nel bene che nel male, si è definitivamente staccato dalla realtà, cadendo in una crisi irreversibile. Un abisso descritto con i toni della commedia amara fino al momento dell’inevitabile epilogo, quando, attraverso una sorta di transfert degno delle migliori terapie di psicanalisi, Moretti si cala nei panni del premier per girare l’ultima, apocalittica sequenza de Il caimano e del film nel film. Silvio Orlando è superlativo nel tratteggiare le disillusioni di un uomo che crede fermamente in quello che fa ma si trova a dover ingoiare concenti delusioni, tra le quali assistere all’imbarbarimento di un mondo, quello del cinema, che si è venduto anch’esso al migliore offerente (emblematica la sequenza di Bruno sul set del film su Colombo), e dei suoi rappresentanti più in vista, gli attori, che scelgono di interpretare i progetti meno rischiosi e più remunerativi, non seguendo certo le orme del più volte citato Gian Maria Volontè (Michele Placido è molto efficace nel ruolo del prim’attore egocentrico e mendace). Numerosi i cameo di registi famosi: Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Giuliano Montaldo, Matteo Garrone, Carlo Mazzacurati, Jerzy Stuhr.
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