Palma d’Oro al regista inglese Ken Loach
La serata di chiusura del 59mo Festival di Cannes è stata inaugurata dall’attore francese Vincent Cassel, maestro di cerimonie di quest’anno, con un discorso sulla “fratellanza” nel cinema: “non si fanno film perché gareggino gli uni contro gli altri, ma perché si aiutino gli uni con gli altri”. In sostanza, un invito alla concordia nell’universale mondo del cinema che coincide con il sottinteso richiamo alla pace contenuto nel film che ha ricevuto l’importante riconoscimento della Palma d’Oro. The Wind that Shakes the Barley, diretto dal vecchio proletario inglese Ken Loach, si concentra sulla guerra civile scoppiata negli anni Venti in Irlanda tra i repubblicani e l’esercito dell’allora impero coloniale britannico. Per il regista, che non ha mai vinto un premio così significativo pur avendo partecipato sia a Cannes che a Venezia con ottimi film, è inevitabile il riferimento alla politica estera del governo Blair, il quale sta attuando in Iraq la medesima anacronistica strategia di colonizzazione del secolo scorso. La Storia, sembra dire Loach con questa pellicola, dovrebbe insegnare a non commettere più gli stessi errori, non a ripeterli. Il Gran Prix della Giuria premia invece un film costruito intorno ad una storia contemporanea di disagio e di solitudine, Flandres, del belga Bruno Dumont, che a Cannes si era già fatto notare in passato per la crudezza delle immagini di L’humanité. Il riconoscimento del Premio della Giuria è stato assegnato ad una pellicola che affronta quasi lo stesso tema, il malessere giovanile della nostra società, attraverso il racconto di vite perdute nella grigia città scozzese di Glasgow; si tratta di Red Road, della regista inglese Andrea Arnold, un film molto apprezzato dalla critica che forse avrebbe voluto qualcosa di più per questo toccante exploit. Nonostante alla vigilia del festival risultasse il superfavorito dai pronostici, Volvèr ha ricevuto due premi che si possono considerare di consolazione: uno è andato a tutto il formidabile cast femminile, guidato da una splendida Penelope Cruz e da una ritrovata Carmen Maura, l’altro se lo è aggiudicato Pedro Almodòvar stesso per la sceneggiatura. Il regista spagnolo, con un’espressione alquanto scura in volto, ha ritirato il premio dedicandolo alla madre e soprattutto alle sorelle, il cui prezioso intervento nella stesura della sceneggiatura gli ha permesso di ricordare episodi sepolti della loro infanzia. Il premio per l’interpretazione maschile è andato nuovamente ad un cast, ai quattro attori magrebini che interpretano un pugno di soldati mandati dalla Francia a fronteggiare il potente nemico nazista in Africa. Indigènes, del regista Rachid Bouchareb, riporta alla luce un episodio di valore militare svoltosi durante la Seconda Guerra Mondiale completamente dimenticato dalla Storia ufficiale. La gioia di tutto il cast era così grande che i quattro interpreti, tra cui la star comica transalpina Jamel Debbouze, hanno cantato a squarciagola l’inno di quel manipolo di soldati coinvolgendo il pubblico in un inedito fuori programma. Infine, il premio della regia è stato assegnato al regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu per Babel, una sorta di conclusione della trilogia sul caso iniziata con Amores Perros e proseguita con 21 grammi. Nessun premio all’Italia, anche se, come ha dichiarato la giurata Monica Bellucci, L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino, poco apprezzato dalla critica francese, è stato in lizza fino all’ultimo momento. Ma la delusione più grande è un’altra; data la calorosa accoglienza ricevuta dall’opera prima di Kim Rossi Stuart, Anche Libero va bene, era sembrato più che giusto sperare nell’ambito riconoscimento della Caméra d’Or, che è andato invece a 12h08 à l’est de Bucarest, del regista polacco Porumboiu.
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