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Golden Globe 2006: il cinema che voleva cambiare il mondo
Parola d’ordine: impegno e solidarietà per tutti coloro che nel mondo sono vittime di pregiudizi di ogni genere o di
opprimenti poteri politici ed economici. La 63ma cerimonia di premiazione dei Golden Globe, assegnati ogni anno dalla
Hollywood Foreign Press Association, sembrava un raduno di attivisti, riunitisi per sostenere i diritti fondamentali delle
categorie protagoniste della cronaca di tutti i giorni, dai neri (Martin Luther King è stato ricordato parecchie volte) agli
omosessuali, ai palestinesi (Paradise Now, incentrato sulle ultime ore di due kamikaze nella Palestina contemporanea si
è aggiudicato il premio come miglior film straniero), ai paesi del Terzo Mondo. La tenera love story tra due cowboy
ambientata nei pruriginosi anni Sessanta, Brokeback Mountain, ha infatti vinto quattro Golden Globe: miglior film,
migliore regia (Ang Lee), migliore sceneggiatura e migliore canzone (A Love That Will Never Grow Old). Un successo più
o meno annunciato che però racchiude un messaggio forte e chiaro: nonostante Ang Lee abbia spesso ribadito che il film non
è una pellicola a sostegno dei diritti delle minoranze ma una storia d’amore, i riconoscimenti ottenuti da Brokeback
Mountain sono un segnale di come la società stia cercando di evolversi verso forme di democrazia più completa.
Sotto l’egida di questo tacito auspicio, non sono mancate quindi ulteriori attestazioni di merito ad altre pellicole impegnate
nell’affrontare temi scottanti e di attualità, come il brutale e continuo sfruttamento di popoli sottosviluppati allo
scopo di arricchire le potenze economiche mondiali: George Clooney ha ricevuto il premio come migliore attore non protagonista in
Syriana, per il suo ruolo di un agente CIA coinvolto nel traffico di olio nero in Medio Oriente, mentre a Rachel Weisz è
stato conferito il Golden Globe come migliore attrice non protagonista per The Constant Gardner, film di denuncia
sugli esperimenti illegali condotti dalle multinazionali farmaceutiche in Africa. Ed infine, Felicity Huffman, la Lynette di
DesperateHousewives, serie culto che ha vinto il Golden Globe nella categoria “commedia”
(i premi assegnati dalla stampa straniera a Hollywood includono sia cinema che televisione), ha ricevuto il premio per il difficile
ruolo drammatico di un transessuale che, giunto alla vigilia dell’operazione finale per il cambio di sesso, scopre di avere un
figlio di diciassette anni. Il titolo del film è Transamerica e la Huffman è forse la favorita per la vittoria
agli Oscar. Sul versante migliore attore drammatico, il bravo David Strathairn di Good Night and Good Luck è stato
battuto dall’altrettanto bravo Philip Seymour Hoffman di Capote, biografia dello scrittore e sceneggiatore americano
di enorme talento Truman Capote. Per concludere, nella categoria Comedy or Musical Comedy ha trionfato Walk the Line
(Quando l’amore brucia l’anima), storia del cantante folk Johnny Cash: miglior film, migliore attore
per Joaquin Phoenix e migliore attrice per Reese Witherspoon. Colpo di scena: dopo le polemiche sorte a causa della scelta del film che
avrebbe dovuto concorrere ai Golden Globe per rappresentare l’Italia, sullo schermo della sala dove si svolgono le
premiazioni sono apparse una dopo l’altra le “nostrane” Sabrina Ferilli e Anna Maria Barbera: la canzone di
Christmas in Love, composta da Tony Renis, era candidata nella categoria miglior canzone originale.
Cecil B. De Mille (il Golden Globe alla carriera)
a Sir Anthony Hopkins.
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